CJNG: natura assediata e crimini ambientali
Messico: Avocado che avanza nelle foreste di montagna, mercurio che avvelena l’Amazzonia, pesca sotto estorsione: un'inchiesta mostra come il CJNG trasformi natura e filiere in rendita criminale. Dal popolo Naayeri, costretto a fuggire, alle comunità che resistono e soffrono.
Come abbiamo già visto, America Centrale e America Latina non sono“solo” narcotraffico. Sempre più spesso le organizzazioni criminali trattano la natura come un’infrastruttura per il profitto: foreste da convertire in piantagioni a monocoltura, fiumi da avvelenare, coste da strangolare con l'estorsione.
Il caso del Cártel Jalisco Nueva Generación (CJNG) in Messico non è da meno. Le inchieste giornalistiche di Mongabay Latam mostrano un'espansione che si intreccia con attività che lasciano cicatrici spesso incurabili su foreste, suolo, fiumi e mare — e quindi sulla vita delle comunità che da quei territori dipendono.
Il filo che lega questi contesti è uno: dove lo Stato non esercita il suo ruolo di governance (chi decide cosa) rispettando — e facendo rispettare — lo stato di diritto, si crea un vuoto che le organizzazioni criminali colmano imponendo la propria governance criminale con le proprie regole e, in quelle regole, la natura diventa una risorsa da sfruttare senza limiti né possibilità di opporsi.
L’“oro verde” che cancella i boschi
In Messico l’avocado è diventato un simbolo ambiguo: prodotto globale, ma anche sinonimo di estorsione e di degrado delle foreste di montagna. In Jalisco — secondo stato produttore del Paese — immagini satellitari e testimonianze raccolte nelle inchieste di Mongabay parlano di una perdita di copertura forestale legata all’espansione delle piantagioni.
Il punto non è demonizzare un frutto o l'agricoltura che lo produce rispettando il territorio e i lavoratori: è guardare la filiera quando entra in un contesto di violenza e ricatto. Attorno alle “huertas” operano gruppi criminali locali che si presentano come affrancati al CJNG, rendendo più rischioso denunciare e più difficile far rispettare i vincoli ambientali.
Da qui si evince il primo dei tre pilastri dei crimini ambientali: la deforestazione non è sempre il risultato di un singolo taglio illegale, bensì di una trasformazione economica imposta con la forza. Quando la terra cambia uso sotto minaccia, la foresta perde in pochi mesi ciò che ha costruito in decenni: biodiversità, regolazione dell’acqua, ombra, suolo vivo.
Mercurio: un veleno che viaggia fino all’Amazzonia
L'aspetto forse più inquietante riguarda il mercurio, sostanza altamente tossica usata per separare l’oro nella minería artigianale e illegale. Secondo quanto riportato, oltre 200 tonnellate sarebbero state trafficate dal Messico verso l’Amazzonia del Perù, della Bolivia e della Colombia per alimentare l’estrazione mineraria clandestina. La rete descritta è stata collegata al CJNG dall'Environmental Investigation Agency (EIA) degli Stati Uniti.
Il mercurio non “sparisce”: si deposita, si trasforma, si accumula. Entra nei fiumi, risale nella catena alimentare, colpisce pesci, uccelli, persone. È un crimine ambientale che non fa rumore come un’esplosione, ma lascia un’eredità duratura: danni neurologici, ecosistemi compromessi, comunità costrette a cambiare dieta o a spostarsi.
Il mare sotto ricatto: pescatori usati, estorti, silenziati
La pressione non si ferma a terra. Le inchieste di Mongabay raccontano di migliaia di pescatori sulla costa del Pacifico messicano intrappolati tra povertà, estorsioni e violenza: il mare diventa corridoio logistico e zona di controllo.
E fuori dal Messico la dinamica si ripete. A Puerto Bolívar, in Ecuador, più del 70% dei pescatori artigianali paga estorsioni per poter uscire a pescare. Chi non paga — secondo le testimonianze raccolte — subisce minacce, rapine, ed è vittima di sparizioni forzate e omicidi. L'inchiesta dà conto di pirati e bande locali (tra cui Los Lobos) riconosciute come collegate alle reti del CJNG.
Questo è il secondo pilastro: quando un’organizzazione criminale impone la sua gabella per ottenere l'accesso al mare, non si limita a privare i pescatori di un reddito, ma anche del loro diritto alla libertà di lavoro. Infatti sta, invece, riscrivendo le regole di un ecosistema sociale e ambientale che stabilisce chi può uscire in mare, quando e con quale sicurezza, e quale silenzio delle forze dell'ordine dello Stato (corrotte), deve comprare.
Quando le comunità fuggono, la foresta rimane senza protezione
I crimini ambientali prosperano dove le comunità vengono smembrate. La storia dei Naayeri, popolo indigeno della Sierra Madre Occidental, negli stati di Nayarit e Jalisco, è un promemoria brutale: “fuggire o morire” non c'è scelta. È la descrizione di un sistema che non garantisce protezione e lascia spazio alla violenza. Studi e inchieste giornalistiche ricordano che molte famiglie Naayeri avrebbero cercato rifugio a Tepic (capitale di Nayarit), affidandosi ad aiuti umanitari per i bisogni essenziali.
Ecco il terzo pilastro: lo sfollamento non è solo una tragedia umana. È anche una ferita ecologica. Quando chi conosce i sentieri, le sorgenti, i cicli di vita della foresta è costretto ad andarsene, il territorio perde i suoi custodi quotidiani. Senza le popolazioni indigene che dipendono dalla foresta si crea un vuoto per l'assenza di cura e di resistenza che non rimane tale: viene occupato da chi sa monetizzarlo.
Lo Stato catturato e l’autonomia come barriera
Lo studio di Magaloni et al., (2021) aiuta a leggere questa realtà senza illusioni. Gli autori spiegano che, in alcuni contesti, porzioni dello Stato e delle forze dell’ordine possono diventare declinazioni della criminalità organizzata, tradendo il loro mandato di servizio allo stato di diritto e ai cittadini. In questo scenario, ritagliare spazi di autonomia legalmente riconosciuti può diventare una strategia di sopravvivenza.
Lo studio dimostra che i municipi con “usos y costumbres” (autogoverno basato su pratiche consuetudinarie, assemblee comunitarie e polizia locale) risultano più “immuni” alla violenza rispetto ai municipi simili governati con elezioni di partito e forze di polizia ordinarie.
In questi contesti, l’adozione di un autogoverno basato sulla condivisione di simboli tradizionali è associata a tassi di omicidio più bassi: la stima del coefficiente è intorno a -15,7 omicidi per 100.000 abitanti. Allo stesso tempo, nelle analisi temporali successive all’inizio della “guerra alla droga” - iniziata dal governo di Felipe Calderón Hinojosa nel 2006 - la differenza media arriva a circa 15 omicidi in meno nel primo anno e a 43,8 omicidi in meno nel 2010.
Non è una soluzione improvvisata. È una struttura politica: dove le istituzioni locali sono più radicate nella comunità, è più difficile “comprare” il territorio pezzo per pezzo. In questo contesto la foresta e il mare hanno maggiori probabilità di non diventare bottino per i gruppi criminali.
Perché questo ci riguarda
Avocado, oro e pesce non restano dove vengono prodotti: entrano nelle filiere globali. Se una parte del profitto nasce dalla deforestazione, dal mercurio disperso nelle acque provenienti dalla miniera illegale e dall'estorsione imposta dai gruppi criminali, allora il consumo per soddisfare bisogni quotidiani rischia di diventare una complicità involontaria. Il crimine ambientale non è una nicchia: è economia politica del territorio e tutti, consumando, possiamo farne parte inconsapevolmente. Per questo è importante informarsi.
Cosa possiamo pretendere (e fare) da subito
- Tracciabilità vera, non slogan: filiere ad alto rischio devono dimostrare origine, legalità, e assenza di coercizione.
- Stop al mercurio illegale: controlli doganali, cooperazione internazionale e responsabilità anche per chi compra oro senza chiedere la provenienza.
- Protezione delle comunità e dei difensori della foresta: senza sicurezza, denunciare equivale a esporsi; senza denunce, il crimine diventa normalità.
- Riconoscere e sostenere l’autogoverno che funziona: non folklore, ma un’infrastruttura civile di difesa del territorio.
La foresta non si salva solo con un’area protetta sulla mappa. Si salva quando chi ci vive può restare, organizzarsi e dire “no” senza pagarlo con la vita.
Informati qui sui nostri progetti in Messico e altrove per sostenere i difensori della foresta:
Resistere all'esproprio delle palme da olio in Messico e America Centrale
Rendere possibile un altro mondo in Chiapas
Proteggere la vita del fiume Xingu in Amazzonia
Bibliografia
Mongabay Latam. (2026, February 24). Más allá del narcotráfico: el devastador impacto ambiental del Cártel de Jalisco Nueva Generación en América Latina. Mongabay Latam. https://es.mongabay.com/2026/02/impacto-ambiental-cartel-jalisco-nueva-generacion-narcotrafico-america-latina/.
Sabalza, I. (2026, January 8). Flee or die: The Naayeri peoples’ impossible choice. IC Magazine. https://icmagazine.org/flee-or-die-the-naayeri-peoples-impossible-choice/.
Magaloni, B., Gosztonyi, K., & Thompson, S. (2021, November 24). State-evading solutions to violence: Organized crime and governance in Indigenous Mexico (Working Paper No. 2007). King Center on Global Development, Stanford University. https://kingcenter.stanford.edu/sites/g/files/sbiybj16611/files/media/file/wp2007_0.pdf.
Vogliamo fermare la devastazione dei boschi e delle foreste del Chiapas
Il Chiapas, polmone del Messico, sta perdendo le sue foreste in modo accelerato. La deforestazione è brutale. Diciamo basta. Firma la petizione.
Lavorariamo fianco a fianco ai difensori delle foreste
Le foreste pluviali sono particolarmente protette dove sono abitate da popolazioni indigene e dove la popolazione locale si impegna per la natura.
Criminalità ambientale, narcotraffico e territori indigeni in Amazzonia
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