Oro sporco e cocaina: la nuova frontiera della distruzione amazzonica
Brasile, Colombia, Perù: Non è più solo deforestazione. In Amazzonia, il crimine organizzato controlla le rotte della cocaina, le miniere illegali d'oro e interi territori, infiltrando istituzioni e comunità. Il nuovo rapporto dell'International Crisis Group, "A Jungle Heist" (13 maggio 2026), ricostruisce la rete e indica che cosa serve per fermarla: la cooperazione regionale e l'alleanza con i popoli indigeni.
15 mag 2026 — Il 13 maggio 2026 l'International Crisis Group ha pubblicato il report 111, "A Jungle Heist: Shielding the Amazon from Organised Crime". Il documento, frutto di oltre 100 interviste a forze dell'ordine, leader indigeni e contadini, diplomatici, attivisti, accademici e persone direttamente coinvolte nell'allevamento, nelle miniere illegali e nel narcotraffico (31 delle quali donne), si basa su una ricerca sul campo condotta in Roraima (Brasile) e nelle aree di confine con la Guyana, nel dipartimento di Caquetá (Colombia) e nelle regioni di Amazonas e Ucayali (Perù).
La fotografia che ne esce è netta: ciò che fino a pochi anni fa veniva trattato come una sfida di conservazione è oggi, prima di tutto, una crisi di governance e di sicurezza.
Una presenza criminale capillare
Secondo il Crisis Group, il crimine organizzato è ormai attivo in almeno il 67% dei municipi amazzonici di Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela. Sfruttando l'assenza dello Stato — in molte aree rurali dell'Amazzonia oltre cinque milioni di persone vivono a più di dieci chilometri dal presidio sanitario più vicino — le reti criminali attraversano frontiere non sorvegliate trafficando droga, oro, fauna selvatica, armi e persone.
La filiera della cocaina, "come una multinazionale"
La cocaina si muove attraverso l'Amazzonia secondo una divisione del lavoro che un funzionario di polizia peruviano, citato nel rapporto, paragona a quella di un'azienda transnazionale. In Colombia, le dissidenze delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e l'ELN (Ejército de Liberación Nacional, Esercito di Liberazione Nazionale) tassano i produttori di coca e pasta base; in Ecuador Los Lobos e Los Choneros gestiscono produzione e trasporto verso il porto di Guayaquil; i gruppi brasiliani Comando Vermelho e PCC (Primeiro Comando da Capital) acquistano in Bolivia, Colombia e Perù, e nel caso del Comando Vermelho controllano direttamente aree produttive. La rotta principale porta la droga da Perù e Bolivia attraverso il Paraguay fino ai porti brasiliani — Santos in primis — da cui salpa verso l'Africa e poi verso il mercato europeo.
L'arrivo dei gruppi di narcotrafficanti nella foresta ha portato con sé un'impennata della violenza. Nel 2024, nell'Amazzonia brasiliana, il tasso di omicidi è stato di 27,3 ogni 100.000 abitanti, il 31% più alto della media nazionale. A Tabatinga, snodo di traffico al confine con la Colombia, la guerra tra Comando Vermelho e il gruppo Os Crías — legato al PCC — tra il 2020 e il 2023 ha fatto impennare il tasso di omicidi fino a 80 ogni 100.000 abitanti.
Oro illegale: il caso Yanomami
Il secondo motore della distruzione è la miniera d'oro illegale. Il caso più documentato è quello del territorio Yanomami, in Brasile: circa 20.000 minatori illegali hanno occupato un'area in cui vivono appena 30.000 Yanomami. Le conseguenze rilevate dal rapporto sono devastanti: fiumi avvelenati dal mercurio, un aumento del 233% dell'incidenza della malaria, la distruzione delle fonti tradizionali di alimentazione e 570 morti infantili evitabili in quattro anni.
L'oro illegale, sottolinea Crisis Group, fornisce alle reti criminali la liquidità necessaria per infiltrarsi negli apparati statali, nelle imprese e nelle comunità locali.
La deforestazione "legale" non è scomparsa
Il rapporto non lascia in ombra il principale motore storico della distruzione. Tra il 2001 e il 2020 si stima che l'84% della perdita di foresta amazzonica — pari a 54,2 milioni di ettari, una superficie equivalente all'intera Francia — sia legata all'espansione dell'allevamento intensivo di bovini. La frontiera criminale non sostituisce l'agroindustria: si somma ad essa, vi si intreccia, e ne sfrutta gli spazi di opacità.
Cosa propone Crisis Group
Le raccomandazioni del rapporto si muovono su quattro piani:
- Cooperazione effettiva tra i nove Paesi amazzonici e armonizzazione delle leggi ambientali.
- Lavoro congiunto tra le autorità statali e le comunità indigene, che combina la conoscenza locale e l'applicazione della legge.
- Cooperazione con le guardie indigene: il meccanismo più promettente per fermare il crimine organizzato, come è accaduto nelle terre Yanomami nel nord del Brasile, dove la collaborazione con le comunità indigene ha portato a un calo netto della deforestazione e delle attività criminali.
- Catene di approvvigionamento pulite: i compratori internazionali di oro e di altre materie prime hanno la responsabilità di garantire che i loro prodotti non provengano da attività criminali.
Una battaglia che ci riguarda
L'Amazzonia non è un confine lontano. Regola il clima globale, è la dimora di centinaia di popoli indigeni che ne sono storicamente i primi difensori delle foreste. Le reti criminali che oggi la divorano si muovono lungo catene globali che arrivano fino in Europa — e che dipendono, in ultima istanza, dalle scelte di consumo e dalla pressione politica di chi vive lontano dalla foresta.
Per approfondire il legame tra crimine organizzato, narcotraffico e diritti dei popoli indigeni dell'Amazzonia, leggi la nostra pagina tematica nella sezione Informazioni → Temi principali: Criminalità ambientale, narcotraffico e territori indigeni in Amazzonia
Fonte: International Crisis Group, A Jungle Heist: Shielding the Amazon from Organised Crime, Report 111 / Latin America & Caribbean, 13 maggio 2026.
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