COP17 sulla desertificazione: Chi custodisce la terra non decide
Sono il ghiaccio in quota e le radici degli alberi a trattenere l'acqua e la terra. Se manca, il suolo non regge: il 26 agosto una piena glaciale ha travolto Rasuwa in Nepal, provocando oltre 700 morti. Intanto la COP17 contro la desertificazione si è conclusa senza un accordo sulla siccità. I popoli indigeni e le comunità a basso consumo di suolo ed energia hanno le soluzioni, non il potere.
Il 26 agosto una piena improvvisa ha colpito il distretto di Rasuwa, in Nepal: almeno 734 morti e quasi 2.500 dispersi. All'origine, secondo l'Università delle Nazioni Unite (ONU), il collasso di una porzione di ghiacciaio himalayano ha ostruito il fiume, innescando una valanga e un'alluvione. Non è un caso isolato: uno studio dell'ONU indica che le esondazioni di laghi glaciali (GLOF, Glacial Lake Outburst Flood) nell'Hindu Kush Himalaya sono quintuplicate dal 1950.
Un pianeta che perde terreno e si degrada
Un versante che si sfalda, un suolo che non trattiene più nulla. È la stessa storia che, a settantamila chilometri di distanza, si discuteva in una sala conferenze di Ulaanbaatar. Dal 17 al 28 agosto la capitale mongola ha ospitato la COP17 della Convenzione ONU per la lotta alla desertificazione (UNCCD), l'unico meccanismo giuridicamente vincolante che affronta il degrado del suolo, con la partecipazione di gran parte dei 197 Stati aderenti e di oltre 400 tra organizzazioni e rappresentanze comunitarie.
I numeri sul tavolo
Il 40 per cento del suolo che l'umanità usa per sostentarsi è già degradato; quasi tre miliardi e mezzo di persone sono colpite dal degrado.
Le siccità sono aumentate di due terzi dal 2000 e, entro il 2030, la domanda d'acqua supererà le fonti disponibili del 40 per cento. L'85 per cento delle persone colpite vive in paesi a reddito medio o basso.
Gran parte delle migrazioni di massa ha a che fare con il cibo e il reddito resi indisponibili dalla degradazione della terra. Il paese ospite, la Mongolia, ha il 77 per cento del territorio interessato dalla desertificazione, con una temperatura media salita di 2 gradi in ottant'anni.
Il negoziato che non c'è stato
E qui arriva la notizia che vale la pena leggere due volte. La COP17 si è conclusa il 28 agosto in Mongolia, annunciando un portafoglio finanziario da 1,3 miliardi di dollari per il ripristino delle terre e la resilienza alla siccità, di cui 644,5 milioni identificati come nuove risorse. Ma i paesi non hanno raggiunto alcun accordo su un quadro globale per la siccità: il negoziato è stato rinviato alla COP18 che si terrà nel 2028 in Egitto, a Sharm el Sheikh, sul Mar Rosso.
Non è la prima volta. Il nodo era già rimasto irrisolto alla COP16 di Riad, dove gli Stati non erano riusciti ad accordarsi su uno strumento vincolante, e la decisione era stata rinviata proprio a Ulaanbaatar.
Nella fase finale del vertice i negoziatori sono rimasti divisi su quattro fronti: lo strumento globale sulla siccità, i finanziamenti per il ripristino, la gestione dei pascoli e la partecipazione dei Popoli Indigeni e delle comunità locali.
I paesi africani, i piccoli stati insulari, i paesi amazzonici come il Brasile e altre nazioni vulnerabili chiedevano un'azione internazionale più forte, anche vincolante; alcuni paesi sviluppati hanno opposto riserve, citando implicazioni finanziarie e sovrapposizioni con altri strumenti. Un piccolo gruppo di parti, con gli Stati Uniti come voce più esplicita, ha dichiarato che non accetterà alcuno strumento internazionale sulla siccità, né vincolante né volontario.
Il risultato: soldi sul tavolo ma nessuna regola multilaterale.
"Nature-positive": Il trucco delle etichette verdi
Sono state adottate alcune decisioni: proteggere, gestire in modo sostenibile e ripristinare pascoli e praterie, sostenere pastori e comunità locali, promuovere una transizione verso un'agricoltura cosiddetta "nature-positive". Su quest'ultima formula conviene fermarsi un momento.
È un'espressione senza una definizione vincolante, senza soglie da rispettare e senza un meccanismo di verifica: nessuno deve dimostrare nulla per potersene fregiare.
È esattamente il tipo di etichetta che conosciamo bene dal fronte delle foreste, dove certificazioni come la Forest Stewardship Council (FSC) hanno finito per rendere accettabile ciò che andava fermato. Un'agricoltura (estensiva) etichettata come"positiva per la natura", ma priva di criteri misurabili, rischia di funzionare allo stesso modo: una patente di sostenibilità concessa in anticipo che copre pratiche che possono risultare nefaste per la natura.
Anche la presidenza mongola ha lanciato una Rangelands Flagship Initiative da 1,2 miliardi di dollari su 45 progetti — la voce più consistente dell'intero pacchetto da 1,3 miliardi annunciato in chiusura. Sono passi concreti, ma sono programmi destinati alle comunità, non strumenti costruiti con loro. Le risorse arrivano dall'alto e restano governate dall'alto.
Il commento di Salviamo la Foresta
«Il Nepal e la Mongolia raccontano la stessa cosa da due angolature diverse: quando un territorio perde la sua copertura viva, perde anche la capacità di trattenere acqua, sedimenti e vita. In alta quota quel compito lo svolge il ghiaccio, più in basso lo svolgono le radici degli alberi. È un sistema unico, che funziona per gradi.» Osserva Elisa Norio di Salviamo la Foresta.
A Rasuwa il cedimento è avvenuto oltre il limite della vegetazione, dove alberi non ce n’erano mai stati. Ma poi quell'onda ha percorso chilometri di versanti prima di arrivare agli abitati, e lungo quel tragitto la differenza la fanno le radici. Un versante con un manto boschivo e forestale rallenta l'acqua, tiene insieme il terreno, assorbe parte dei detriti. Un versante depauperato non trattiene più nulla: funge da scivolo. La stessa quantità d'acqua, a seconda di ciò che incontra scendendo, può essere una piena o una strage.
«La difesa delle foreste e la preservazione della biodiversità sono il miglior rimedio per prevenire la rampante desertificazione in atto. Non esiste una tecnologia che sostituisca una foresta intatta o un pascolo gestito con criterio da chi ci vive da generazioni.» Aggiunge l'integrante di Salviamo la Foresta.
Quello che manca non sono le soluzioni, ma il peso politico di chi le pratica già. I contributi e i modelli economici a basso impatto delle comunità locali e indigene devono avere una voce più incisiva, e non essere ridotti a un padiglione a margine del negoziato.
«Finché a Ulaanbaatar 500 rappresentanti indigeni possono parlare ma non decidere, mentre pochi Stati bloccano qualsiasi strumento comune, continueremo a contare i morti a valle.» Conclude Elisa Norio
Non è una questione di clima "lontano"
Degrado del suolo, desertificazione e deforestazione sono la stessa curva vista da prospettive diverse. Si abbatte una foresta per la monocoltura di soia, palma da olio, eucalipto, e il legname o per una miniera di rame, o nichel. Scomparse le radici, il terreno non ha più sostegno: l'acqua scorre invece di infiltrarsi, il suolo fertile viene dilavato, le piene diventano più violente e le siccità più secche. Alla fine la terra si inaridisce e le persone se ne vanno. In montagna, dove è il ghiaccio a fare da regolatore al posto della vegetazione, lo stesso meccanismo accelera e diventa letale in poche ore.
La COP17 si è tenuta durante l'Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori — un'occasione per riconoscere che chi custodisce la terra da secoli ha qualcosa da insegnare a chi la contabilizza da decenni.
Un'occasione colta molto debolmente, a nostro avviso.
Noi continuiamo dalla nostra parte: denunciare chi abbatte le foreste e sostenere chi le difende, grazie ai nostri progetti e alle petizioni che coordiniamo con le comunità locali.
Fonti ufficiali e approfondimenti:
- Decisioni e documenti ufficiali della COP17 UNCCD: https://www.unccd.int/cop17/official-documents
- Sito ufficiale della presidenza COP17, Ulaanbaatar: https://unccdcop17.org
- Euronews, COP17 in Mongolia: finding solutions to land degradation: https://www.euronews.com/2026/08/22/cop17-in-mongolia-finding-solutions-to-land-degradation
- Down To Earth, sull'evento del Rasuwa e i Glacial Lake Outburst Flood (GLOF) himalayani: https://www.downtoearth.org.in/natural-disasters/un-expert-explores-seismic-linkage-to-nepal-disaster-warns-of-cascading-effects-and-holds-climate-change-responsible
In italiano, di solito, è reso come "Consiglio per la gestione forestale sostenibile". È un'organizzazione internazionale non governativa, fondata nel 1993, che gestisce un sistema di certificazione volontaria per il legname e i prodotti derivati: il marchio FSC su un prodotto dichiara che il legno proviene da foreste gestite secondo i suoi standard.
Iniziativa sui pascoli della presidenza mongola della COP17: 1,2 miliardi di dollari su 45 progetti per la gestione sostenibile e il ripristino dei pascoli e per il sostegno alle popolazioni pastorali. È la voce principale del pacchetto complessivo da 1,3 miliardi annunciato in chiusura. Con rangelands si intendono pascoli, praterie, savane e steppe: ecosistemi che coprono più di metà delle terre emerse e sostengono circa 500 milioni di persone, ma restano tra i meno finanziati.
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