Abbiamo sconfitto Bolsonaro, ora bisogna sconfiggere il bolsonarismo
Brasile: Non sono passate nemmeno 48 ore dalla storica vittoria del presidente Lula, e il candidato sconfitto, Flávio Bolsonaro, è già fuggito negli Stati Uniti. Con la protezione di Donald Trump, è sfuggito al processo e al possibile carcere per i reati di corruzione di cui è accusato, e per i quali esistono numerose prove.
Non erano ancora passati due giorni dalla vittoria della democrazia, e il Coordinamento dei Popoli Indigeni del Brasile denunciava già l’uccisione di indigeni guaraní kaiowá nel Mato Grosso do Sul da parte di persone che non accettavano il risultato delle elezioni. Dopo il voto sono arrivate notizie di violenze brutali anche da altre parti del paese. Sostenitori di Bolsonaro hanno picchiato e ucciso persone che avevano votato per Lula.
Sono circolate, e continuano a circolare, anche notizie di imprenditori bolsonaristi che molestano e licenziano dipendenti di sinistra o che hanno dichiarato di aver votato per Lula. Finora la Procura del Lavoro ha già ricevuto più di 900 denunce di questo tipo, tra cui testimonianze di imprenditori che incoraggiano a compilare e diffondere liste con i nomi di persone o aziende di sinistra, per boicottarne il lavoro e gli affari. Un déjà vu della Germania nazista, quando, poco dopo l’arrivo al potere di Hitler negli anni Trenta, si marchiavano i negozi e le proprietà degli ebrei.
Il bolsonarismo è il fascismo alla brasiliana. È golpista, vile e violento, come altre ideologie totalitarie. È soprattutto rancoroso, perché i suoi rappresentanti, gente comune che sta per le strade, non accettano il progresso delle politiche sociali che offrono una riparazione storica a indigeni, persone nere, persone con disabilità, donne e persone LGBTQUIAPN+*. I bolsonaristi non odiano Lula. Odiano la libertà e l’autonomia che le persone da sempre oppresse hanno conquistato sotto i governi di sinistra.
Il bolsonarismo rimpiange i 358 anni di schiavitù che segnano tristemente i 526 anni di storia del Brasile. Vuole tornare a sfruttare i lavoratori, pagandoli poco o nulla, sottoponendoli a condizioni degradanti e mettendoli a tacere quando chiedono condizioni di lavoro migliori. Non è superfluo ricordare che all’inizio di quest’anno l’ONU ha approvato una risoluzione che riconosce la tratta transatlantica degli africani ridotti in schiavitù come il crimine più grave mai commesso contro l’umanità. Il bolsonarismo ha l’odio come causa e il crimine come metodo.
Abbiamo sconfitto Flávio Bolsonaro, ma resta da sconfiggere, il prima possibile, il bolsonarismo. Non sarà un compito facile, lo sappiamo, ma le strade e i social network hanno già dimostrato che è possibile.
Un respiro per l’Amazzonia
La rielezione di Lula in Brasile è una buona notizia per l’Amazzonia, per la priorità che il presidente dà alla riduzione della deforestazione.
Tre settimane prima del ballottaggio, un’ondata di mobilitazione del campo democratico, partita dagli studenti, ha riempito il Brasile di manifestazioni di piazza e di discussioni costruttive nelle case e nei bar, nelle chiacchierate tra amici, alle fermate dell’autobus e ai pranzi di famiglia. La mobilitazione di milioni di persone ha collegato, sia nel mondo digitale sia in quello reale, reti di solidarietà e di collettività. Ha riunito sullo stesso cammino artisti, studenti, politici, amministratori pubblici, lavoratori, accademici, imprenditori e membri delle organizzazioni della società civile: proprio coloro che Flávio, nel suo programma di governo, prevedeva già di sorvegliare e limitare, come aveva fatto suo padre da presidente.
Grazie all’ondata democratica che è rinata e ha illuminato il paese dopo la vittoria di Flávio Bolsonaro al primo turno, il 25 ottobre, giorno del voto, i social network si sono riempiti di immagini piene di speranza. Anziani, persone con disabilità o con mobilità ridotta, in sedia a rotelle, accompagnati da familiari e amici, su barelle, con l’ossigeno, andavano con entusiasmo e allegria a esercitare il loro diritto democratico di voto, per garantire un paese che rispetti le differenze.
Ha funzionato
La mobilitazione della sinistra in strada ha vinto. E vincerà, purché non smettiamo di mobilitarci, purché restiamo collettivi e solidali, purché conosciamo le ombre del passato per non ripeterle nel presente.
Articolo del nostro collega brasiliano Felipe Duran, dal Brasile, sulle elezioni nel paese sudamericano
Variante estesa della sigla che indica la diversità degli orientamenti sessuali e delle identità di genere. La sigla e il significato di alcune lettere possono variare a seconda del paese o del gruppo. Non esiste una versione universale.
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